E cosí te ne sei andato, un po' a sorpresa ma neanche tanto, e hai lasciato tutti con un peso al petto che non ci si sa spiegare.
Perché tu eri cosí, trattavi tutti di merda ma nessuno riusciva a non volerti bene.
Avevi un carisma, una qualità, con cui avresti potuto conquistare il mondo, e invece questo mondo l'hai lasciato, e faccio fatica ad accettarlo.
L'idea che quel ragazzo magro, intelligente, carino, accattivante sia stato cosí disperato da compiere un gesto tale è difficile da mandar giù, non riesco a riconciliare le due cose.
Ieri ho accompagnato Edo a vederti, perché oggi la funzione si terrà in forma privata, su richiesta tua. Volevo salutarti e avevo bisogno di chiusura, ma mi sono sentita una frode. C'erano i tuoi, che non mi conoscono, e non sono riuscita a raccontare chi fossi, e in che modo fossi amica tua. Ho blaterato qualcosa e ti ho lasciato un biglietto, scritto male e di getto, perché in qualche modo ho cose da dirti che sono rimaste non dette. Ho preso il ricordino, uno per me e uno per Fole, perché non ho foto tue. I nostri anni insieme sono pre-smartphone, quando si facevano le foto solo in occasioni speciali. Tutti quei giorni passati insieme, ma non ho foto insieme a te. Ho solo quella della terza media (la tua classe, la D) che mi ero fatta stampare dal fotografo per guardare te a Matteo. E poi l'annuario del liceo. Questo mi dispiace.
Chi ti ha conosciuto davvero capisce e sa i motivi per cui negli ultimi anni ci abbiamo tutti rinunciato, e quindi ci sentiamo in colpa. Allo stesso tempo, proprio perché ti conoscevamo, nessuno prova risentimento nei confronti degli altri.
Ho tanti ricordi di te, tanti anche brutti. Cose che hai detto e che mi hanno ferita, cose che hai fatto per cui ho pensato ti dovessi vergognare, commenti gratuiti buttati lí per far male senza motivo, bugie per ottenere quello che volevi. Ma non voglio concentrarmi su quelle, perché se sento questo peso sul petto e non dormo la notte vuol dire che le cose belle dopotutto sono state abbastanza ma averla vinta su quello che provavo per te.
Abbiamo iniziato a frequentarci nell'estate della terza media, quando io avevo una cotta per Matteo P. che era il tuo migliore amico, e venivate in bici alla rotonda vicino a casa mia, e passavamo le serate alle panchine con Paola, Chiara, Elisa. Matteo era bellissimo ma non parlava mai, tu invece eri carino, ma avevi carisma da vendere. In poche serate, mi sono presa una cotta coi fiocchi. Tu mi chiamavi "francesina" o "rr" con la erre moscia, perché sapevi che mi piaceva il francese. Ogni tanto mi mettevi il braccio attorno alle spalle, mandandomi in un brodo di giuggiole. Era l'estate in cui ho cominciato a mettermi una crema corpo profumata prima di uscire, perché mi importava sentirmi 'a posto' e profumare di buono quando c'eri tu. Era anche l'estate in cui abbiamo scoperto che saremmo andati allo stesso liceo, e da quel settembre 1999 ci siamo visti tutti i giorni, la mattina con Fole, Marco R. e Michele a prendere il 31, e poi al ritorno da scuola, fino a casa. Sono stati quei giri sui pullman il luogo dove'è nata la nostra amicizia. Non ti ho mai detto della mia cotta. Sapevo di non avere nessuna possibilità, e ho preferito esserti amica. Non so se l'hai mai scoperto, anche anni dopo quando ci siamo ri-incontrati e mi 'son tolta lo sfizio di ragazzina', o anni dopo ancora, quando mi hai perseguita con insistenza, ma era troppo tardi.
Di quegli anni, queste sono le cose che voglio ricordare di te.
Il tuo naso greco, di cui andavi fiero.
Il tuo profumo in prima liceo, che era buonissimo e solo tuo, e non so cosa darei per risentirlo. Metà della mia cotta era dovuta al tuo profumo, pulito e unico, e non mi ricordo il nome.
I tuoi mal di testa, che avevamo in comune da quando eravamo bambini, ed eravamo entrambi riusciti a migliorare grazie al dottor Crosetti, omeopata, che tua mamma aveva consigliato alla mia.
Quando hai iniziato a chiamarmi Polly Pocket, perché dicevi che ero tascabile.
Quando avevi le giornate sí, e sul pullman sorridevi e accendevi la giornata di tutti noi che ti stavamo attorno.
Quando avevi le giornate no, e le nostre giornate si spegnevano.
Quando ti accoccolavi sulla mia spalla al ritorno in pullman perché avevi mal di testa.
Il tuo sorriso. Labbra sottili e denti dritti e piccoli. Avevi un sorriso giovane che mi è sempre piaciuto. Quel sorriso che poteva trasformarsi velocemente in un ghigno sprezzante, e non mi piaceva più.
Il tuo stile. Ragazzo 'viziato', quanti soldi spendevi per roba di marca! Ma stavi sempre bene, persino in tuta.
Il tuo amore per i Depeche Mode.
Quando ti sedevi dietro di me sul pullman, e mi tiravi i capelli, e quando ti dicevo di piantarla dicevi che erano morbidi.
La tua sensibilità, che nascondevi.
Quanto pativi quando ti chiamavano 'magrolino'. Credo che una delle tue soddisfazioni più grandi sia stata quando hai messo su muscoli, e sei passato a fare il personal trainer alla Virgin, ed eri fissato con l'alimentazione.
Quando mi stuzzicavi alla fermata del pullman davanti a scuola.
Il ritorno dalla fermata del 31 a febbraio, quando c'erano quelle sporadiche giornate belle e ci toglievamo la giacca, ed eravamo felici, e voi facevate a turno a portarmi lo zaino, che era più grande di me.
Quando Marco R. ha preso la patente e il sabato andavamo a scuola in macchina, tutti schiacciati, e al ritorno volevi sempre che mi sedessi in grembo a te, e cantavamo a squarciagola Orgia cartoon dei Gem Boys, ridendo come degli scemi.
Quando mi chiedevi scusa dopo avermi trattata male, e ti facevi perdonare.
Quando ero a Bologna, a ottobre del 2005, e tu mi hai scritto dopo che avevo litigato col mio ragazzo di Savona, che mi trattava malissimo, e sentire te dopo tanti anni mi ha dato la forza di lasciarlo, e ci siamo ritrovati, e stavolta ti sono piaciuta.
Quando mi hai invitata a casa dei tuoi per vedere Fight Club. Film poco romantico, ma a Brad Pitt non so dire di no, quindi ci sono venuta.
Quando ci siamo incontrati dal tipo che ripara le bici, un'estate che ero a casa (non mi ricordo se dalla Cina o dagli USA), e dopo avermi squadrata dalla testa ai piedi mi hai detto che ti annoiavi e se volevo che andassimo insieme alla Mandria in bici, e siamo andati. E alla fine di quella gita in cui abbiamo parlato tantissimo, hai commentato che non avevo poi molta cellulite per la mia età.
I tuoi messaggi successivi su messenger, che non so cosa darei per poter rileggere, in cui mi hai detto tante cose belle. Troppi anni troppo tardi.
Quando ti ho bloccato su Facebook, perché hai iniziato a essere cattivo senza che io facessi nulla per meritarmelo. Non avrei voluto, ma era l'unico modo per andare avanti con la mia vita.
Quando sono tornata a casa, nel 2022, e ti ho visto in piazza e mi hai fermata, e poi mi hai chiesto se potevi abbracciarmi. Rimpiango quel momento, Marco. Perché ero contenta di vederti, come lo sono sempre stata, ma ero impreparata e rigida come un baccalà. Ero in 'protection mode' ed ero ancora arrabbiata con te per avermi costretta a rompere i rapporti. Avrei voluto sorriderti, abbracciarti di slancio, farti vedere che era un piacere averti incontrato, ma non l'ho fatto. Non pensavo che quella sarebbe stata l'ultima occasione per parlare.
Quando, quel giorno, mia figlia è arrivata e ti ha abbracciato le gambe, senza averti mai visto prima. Tu eri lí, con le gambe circondate dalle sue braccine, e hai detto "vedi che piaccio pure a tua figlia? Avresti dovuto convincere tua madre a darmi una possibilità, qualche anno fa", e in quel momento ho capito che forse nella tua testa eri stato serio, ma io non ti ho mai creduto.
Tutte le volte che ho guardato il tuo numero su Whatsapp, incerta se scriverti e darti il mio nuovo numero italiano. Avrei voluto, ma non l'ho fatto. Avevo i miei problemi a cui pensare, e una famiglia di cui preoccuparmi, e non volevo ricascare nel vortice Marco.
Non sapevo che fossi malato. Non sapevo che fossi depresso. Non sapevo avessi ceduto a brutte abitudini da cui non riuscivi più a uscire. Non sapevo esistesse la possibilità che il mio amico, quel ragazzo accattivante, potesse morire.
Ho pensato spesso a cosa avresti fatto nella vita. Ho sempre pensato che nel caso peggiore saresti diventato un vecchietto secco secco, solo, che guarda le ragazze giovani. Questa realtà è molto più triste. Sentire le cose che hai passato o hai creduto di passare in questi ultimi anni mi ha fatto male, vorrei aver fatto di più, vorremmo tutti aver fatto di più e non averci rinunciato per via della rabbia e delle innumerevoli delusioni che ci hai causato, eppure tutti sappiamo che non c'è nulla che avremmo potuto dirti o fare che avrebbe potuto cambiare qualcosa. Non so cosa è successo in quegli anni del liceo, cosa ti abbia fatto decidere di mollare tutto e prendere una strada che nessuno immaginava per te.
Volevo salutarti ieri, Marco. Volevo convincermi che fosse vero, perché faccio fatica a crederci. Sono mesi che non ti incontro più in giro per il paese, e chiedo in giro se qualcuno ti ha visto. Avevo un brutto presentimento che non riuscivo a levarmi di dosso. Ho visto Chiara giovedì, e gliel'ho detto. Venerdì sera è arrivata la notizia. Ieri sono passata ma non sono entrata a vederti, non perché non volessi ma perché non ero sicura che ti avrebbe fatto piacere. Conoscendoti, forse non avresti voluto che ti si vedesse quando non eri al meglio, e ho decido di rispettarlo. Preferisco ricordarti vivo, stronzo e sorridente, con quella faccia che non riuscivo mai a decidermi se volevo più schiaffeggiare o accarezzare.
Spero tu possa trovare ora la pace che non sei riuscito a trovare qui.
Anche se non ci hai mai voluto credere, e hai dato il tuo meglio cercando di allontanare tutti quando si avvicinavano troppo, sei stato amato e apprezzato tantissimo. Che ti piaccia o no.
Goodbye, my friend. Fly high.
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